Faccio parte della nutrita schiera degli strizzacervelli. Non so, viste le psico-sciocchezze che si sentono da tutte le parti, se io debba andarne fiera. Fatto sta che più faccio questo mestiere e più mi piace. Perché non ha granché in comune con quel che si dice in giro. E allora che facciamo di tutte le psico-corbellerie da cui siamo circondati? Io una modesta proposta ce l'avrei: le piazziamo in questo blog!
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Ecco un altro esempio di finto test d'intelligenza che serve a vendere una applicazione da scaricare sul cellulare. Questo, oltre a proporre una serie di domande simili a quelle già viste nel post precedente, ci mette un tocco di pseudo-scientificità perché pesca da un vero test, effettivamente esistente: e magari qualcuno crede che questo "test", a differenza degli altri, sia qualcosa di serio. Peccato però che la fonte da cui il "test" ha copiato non misuri l'intelligenza ma... il daltonismo: si tratta infatti delle celebri prove di Ishihara, una serie di tavole piene di puntini colorati in cui solo chi vede tutti i colori normalmente legge determinati numeri, mentre i daltonici percepiscono arabeschi senza senso.
Ora, bisognerebbe capire cosa diavolo c'entri il test di Ishihara con il livello d'intelligenza di una persona. Io non ho notizie di studi in cui la percezione del colore sia messa in correlazione con l'intelligenza, né mi risultano test d'inteliigenza in cui il punteggio finale debba essere modificato in caso di daltonismo. Ma magari sono disinformata io (il mondo della psicologia è vasto assai e io ne conosco solo una minima parte). Così se qualcuno avesse visto in giro una qualche ricerca che dimostri un legame statisticamente significativo fra daltonismo e bassa intelligenza, o al contrario fra daltonismo e intelligenza superiore alla media, può segnalarlo qua.
MasterReso mi ha segnalato (grazie!) uno splendido esempio di pseudo-test d'intelligenza che serve in realtà a promuovere l'acquisto di un giochino da scaricare sui cellulari. Prodotto rispettabilissimo per chi ama il genere, peraltro, ma vi prego: prendetelo solo per un simpatico passatempo, non per un vero test d'intelligenza. Non ne ha nessuna caratteristica.
Vediamolo in dettaglio.
Il "test" inizia chiedendo alcune informazioni personali: sesso, età, mano dominante (sei destro o mancino, insomma). Viene poi una domanda del genere "che numero completa questa serie", un'altra del tipo "che simbolo inseriresti in questa successione", alcune domande di cultura generale e una prova di percezione (ovvero "cosa vedi in questo disegno"). Alla fine di queste domande arriva la richiesta di inserire il numero di cellulare, l'invito a scaricare l'applicazione sul telefono e l'avviso che si tratta di un servizio in abbonamento.
Come dicevo all'inizio questo non è un vero test d'intelligenza. Per molti motivi.
Intanto né nella schermata introduttiva né nei link in home vengono dichiarati l'indice di attendibilità e di validità, due dati che ogni test psicologico vero possiede. Non c'è nulla neppure a proposito di come sia stato progettato e costruito: un vero test invece riporta sempre le informazioni sui presupposti teorici di partenza e sulle procedure adottate per elaborarlo.
Ancora: per preparare un test vero si usano campioni statisticamente significativi di soggetti, di cui si dà ampia e dettagliata descrizione. Nulla di tutto questo, invece, appare nel nostro questionario. Non ci sono i nomi degli autori, altro elemento che lo differenzia da un test vero. Nessun cenno, poi, alle norme di riferimento, cioè ai punteggi che statisticamente si realizzano con maggiore o minore frequenza e a cui bisogna rapportare i risultati che una persona ottiene per capire se la sua prestazione è stata nella media, sotto alla media o al di sopra (e di quanto).
Concludendo: se vi diverte sottoporvi a queste domande fatelo, ci mancherebbe; ma non aspettatevi di ottenerne dei dati attendibili sulla vostra intelligenza.
Un gruppo di miei colleghi ha messo in piedi una iniziativa davvero lodevole: per combattere le psico-informazioni scorrette passano in rassegna molto minuziosamente i vari media, alla ricerca di errori o anche di semplici inesattezze in materia psicologica, e ne tengono traccia sul loro sito pubblicando anche le correzioni necessarie.
Tutti possono fare arrivare le loro segnalazioni. Vi invito dunque caldamente, siate voi psicologi o meno, a fare un giro su www.osservatoriopsicologia.it e, se avete del materiale "interessante", a comunicarlo: i colleghi contatteranno gli autori dei pezzi in questione e, se del caso, chiederanno loro anche di pubblicare delle rettifiche.
Notizia fresca fresca che sta girando in rete: fra pochi giorni su iPhone si potrà installare una nuovissima applicazione che - così si va dicendo - trasformerà il cellulare in uno psicoterapeuta virtuale. L'utente potrà chattare con il programma proprio come se lo facesse con una persona in carne e ossa, perché il programma gli risponderà a tono.
In realtà non c'è niente di nuovo sotto il sole, perché programmi del genere sono noti da tempo e quello per iPhone sarà solo l'adattamento del primo (credo) chatterbot mai realizzato: la cara, vecchia "Eliza".
Un chatterbot è un programma che simula una conversazione umana. Eliza è, in particolare, un chatterbot che simula la seduta con una terapeuta. Il meccanismo è più o meno questo: io scrivo la mia frase, esattamente come se fossi in chat, ed Eliza mi risponde riprendendo qualcosa che ho scritto, a volte ponendomi una domanda a sua volta e altre volte con una frase generica.
Se la cosa vi ha incuriositi, eccovi una ampia rassegna di chatterbot in diverse lingue. E, per divertirvi a chattare con un programma in italiano, potete provare Eloisa.
"Per capire cos'è il mio lavoro prendi la psicologia e togliendo tutta la lagna dell'inconscio fanne una materia pratica e moderna, utile".
Così cerca di descrivere il suo mestiere in una intervista uno dei tanti che fanno un mestiere tipo "coach" o "counselor" o "motivatore" o altro ancora. Figure che per lavoro aiutano gli altri ma che non hanno un profilo ufficiale definito dalla legge né possono dirsi psicologi perché dello psicologo non possiedono i requisiti.
Il fatto è che, nel legittimo e comprensibile intento di farsi conoscere dal pubblico, questo tizio si è affidato a una psico-bufala delle più classiche: l'idea che la psicologia sia sempre e solo quella cosa che si occupa di inconscio (anzi, della "lagna" dell'inconscio). Non è così.
Meglio, non è sempre e solo così: ci sono psicologi che si occupano di inconscio (magari senza trovarlo una lagna) e altri che non lo fanno. E sono sempre psicologi allo stesso identico modo. Solo che fanno riferimento a scuole di pensiero diverse.
Ci sono ad esempio (chiedo scusa: di sicuro sarò imprecisa, ma ora parlo di un approccio diverso dal mio) degli psicologi che fanno interventi ispirati a una scuola chiamata "cognitivismo". Questa scuola si chiama così perché non si concentra sull'inconscio ma, al contrario, proprio sulla componente "cognitiva", conscia cioè: tutto quell'insieme di ragionamenti, idee, concetti, convinzioni sul mondo e su noi stessi che noi tutti formuliamo dentro di noi e che ci aiutano, bene o male, a stare al mondo. E che, spesso, sono la base di molti nostri problemi perché li usiamo per farci del male anziché per migliorare la nostra condizione, anche se non ce ne rendiamo conto. Bene: l'approccio di questi psicologi consiste proprio nell'aiutare le persone a prendere coscienza di tutto ciò e a trasformare i loro ragionamenti, in modo che diventino più efficaci e funzionali.
Questa è psicologia a pieno titolo, e non prende in considerazione l'inconscio.
Il problema iniziale allora rimane: dato che la storia dell'inconscio, come abbiamo appena visto, non vale, cos'è dunque che distingue il lavoro degli psicologi da quello di coach, counselor, motivatori e compagnia bella?
Sinceramente... non lo so. Ogni volta che una di queste figure spiega cosa fa mi ritrovo puntualmente a pensare che lui o lei sta descrivendo esattamente il lavoro di uno psicologo di questo o quell'indirizzo teorico. Mi dispiace dirlo, dunque, ma finora non ho trovato una risposta che mi convinca fino in fondo e non so proprio in cosa, realmente, l'attività di queste persone sia diversa.
Un altro topic, stavolta su "Psichiatria, psicologia e Scientology".
Se vi interessa, fateci un giro e magari lasciate anche un post.
Sul forum di "Mah", una rivista che ho linkato qui a fianco, un utente si chiede se lo "psico-fitness", di cui ha letto un intervista di recente, sia un concetto serio o una psico-bufala.
Ho provato a rispondergli , affrontando l'arduo compito che vede una psicoterapeuta di formazione psicoanalitica cercare di spiegare cosa sia l'approccio cognitivista (quello, per l'appunto, a cui credo si ispiri la persona intervistata). Arduo compito, sì: perché non è il mio approccio, e quindi non lo conosco abbastanza per essere sicura di spiegarlo correttamente. Spero di esserci riuscita.
Nel caso, se qualche collega cognitivista passasse da quelle parti, mi perdoni le imprecisioni e faccia pure tutte le correzioni che ritiene opportune.
E comunque, colleghi o meno, chi volesse aggregarsi alla discussione deve solo cliccare sul link a inizio post.
Prendo lo spunto da questa notizia di Repubblica per occuparmi di quella che potrebbe essere catalogata, un po' di striscio, come una mezza bufala: l'idea che quando uno ha problemi sul lavoro debba per forze e sempre essere lui a, come si dice tra chi vuol fare il gggiovane, "mettersi in discussione".
Riassumo in breve il contenuto della notizia: secondo Repubblica alcune aziende francesi stanno considerando l'opportunità di coprire, almeno in parte, le spese per un dipendente che decidesse di rivolgersi allo psicologo per affrontare eventuali difficoltà lavorative. Questa idea, a dire il vero, ha già da tempo qualche propaggine anche in Italia. Sporadicamente si viene a sapere di una qualche azienda che commissiona indagini sul benessere psicologico dei suoi dipendenti e che, quando i risultati sono negativi, cerca di inventarsi delle soluzioni: che spesso consistono appunto nel coinvolgere qualche psicologo, o per fornire dei colloqui singoli con i dipendenti che lo richiedano, oppure per tenere dei corsi di gestione dello stress.
E' una buona idea? E' una stupidaggine? Eviterei i giudizi, non è questo il mio mestiere: preferirei soffermarmi a considerare i pro e i contro. Ci sono entrambi, secondo me: la cosa più saggia è averli presenti tutti e due e muoversi di conseguenza.
I pro, innanzi tutto: qualcuno può effettivamente apprezzare l'idea di avere garantito dall'azienda un professionista a disposizione per ascoltarlo. A volte si ha bisogno ma non si sa dove andare, oppure si ha qualche nome ma non si trova mai il coraggio per fare il primo passo. In questi casi l'idea di trovare una risposta con facilità e senza dover impazzire è un vantaggio non da poco.
Occhio però ai contro.
Immaginatevi cosa potrebbe accadere se qualcuno si ammalasse perché costretto a lavorare in condizioni psicologiche insostenibili. Se fosse l'azienda, tanto per fare un esempio ahimé comune, a essere organizzata in modo cervellotico, illogico, "malato". Se sottoponesse i suoi dipendenti a continue frustrazioni, se li costringesse a turni insostenibili o pretendesse da loro prestazioni inarrivabili. O, ancora, se li spingesse a una competitività esasperata, se non si preoccupasse mai di valorizzare i loro risultati, se il clima lavorativo fosse del genere "soffri e taci". Vi pare strano che in queste condizioni qualcuno, mettiamo, cominci a soffrire di ansia, o smetta di dormire, o altro ancora? E vi sembra logico che tutto si risolva mandando il dipendente dallo psicologo?
Certo, spostare il problema tutto sui dipendenti sarebbe una soluzione allettante. Ma se il problema non sta solo nel singolo dipendente ha senso aspettarsi che sia solo lui a fare qualcosa? O non dovrebbe essere anche l'azienda a cambiare in qualche suo aspetto?
Non sto facendo delle considerazioni solo teoriche. Ho conosciuto io stessa persone, amici o pazienti, che sviluppavano disagi psicologici anche profondi (a volte con sintomi clinici veri e propri) in cui una grossa parte era legata a un clima lavorativo disastroso, per non dire scellerato. Un po' come se questi dipendenti fossero a loro volta i "sintomi" di una "malattia" che stava altrove, e cioè nell'azienda.
Concludendo: l'idea dello psicologo aziendale è una opportunità in più che un dipendente potrebbe cogliere. Però va considerato sempre il rischio che così l'azienda glissi su difficoltà che appartengono più alla sua organizzazione che non alle singole persone.
Se qualcuno fosse interessato ad approfondire questi argomenti c'è in giro un libretto molto interessante e chiaro scritto da Christina Maslach e Michael P. Leiter. Si intitola "Burnout e organizzazione" (Edizioni Erickson) e sviluppa questa tesi: una volta lo stress lavorativo era tipico di chi faceva professioni "di aiuto" (medici, psicologi, assistenti sociali, infermieri ecc.); ora, per le esagerate pressioni a cui si è sottoposti in qualsiasi azienda, il disagio è possibile in ogni luogo di lavoro e sarebbe sbagliato vederlo come una faccenda esclusivamente del dipendente; è anche l'azienda stessa che ha bisogno, a volte, di essere "curata".
Ho avuto di recente la fortuna di trovarmi a Londra e di potermela girare in lungo e in largo. Così fra National Gallery, Tower Bridge, Buckingham Palace, Harrod's, Hyde Park e 20 Maresfield Gardens (l'ultima dimora di Freud prima della sua morte, una bella villetta in una zona elegante e tranquilla) ho fatto un uso intensivo di taxi e metropolitana. Grave errore: non sono mai salita su un double-decker, uno dei caratteristici autobus a due piani. Errore, sì, perché se ci fossi salita avrei potuto capire la mia personalità in un battibaleno. Non ci credete? Ecco un estratto da un primo articolo che ho scovato sul web (tranquilli, poi arriva una versione italiana pressoché identica):
Where you sit on a bus can define your personality, according to Dr Tom Fawcett of Salford University.
Those at the front on the top deck are generally forward thinkers and those at the back are rebellious types. Sitting in the middle are independent thinkers. On the bottom deck at the front tend to be gregarious meeters-and-greeters while those in the middle are 'strong communicators'. Travellers who automatically head for the rear downstairs are said to be risk-takers. He defined a final group as chameleons - travellers who do not care where they sit because they feel they can fit in anywhere.
Dr Fawcett said the study was an 'observational' one. He said: 'It was carried out as an observational survey - we noted people's body language and whether there was any interaction with other passengers, if they were sociable or withdrawn or even anti-social'".
Stesso concetto, sito diverso:
"Dimmi dove siedi, e ti dirò chi sei. Questa, perlomeno, è la tesi di un team di ricercatori britannici, che hanno analizzato per mesi i comportamenti dei loro compatrioti mentre viaggiano in autobus. 'Un gesto abituale come sedersi su un bus rivela aspetti importanti della personalità', dice il professor Tom Fawcett della Salford University, che ha diretto la ricerca.
Chi siede davanti, al piano superiore, pensa alle opportunità del futuro più che alle delusioni del passato, ha il coraggio di buttarsi in nuove avventure o iniziative. Chi siede in mezzo, sempre al piano di sopra, sa godere della propria autonomia. Chi al piano superiore va a mettersi nei sedili di dietro è un tipo ribelle. E passiamo al piano di sotto. Quelli che stanno davanti sono gli animali sociali per eccellenza. I più chiacchieroni, tuttavia, sono coloro che, sempre al piano di sotto, si collocano al centro del bus. E quelli che al primo piano si mettono di sotto sono coloro che amano il rischio. C'è infine un'ultima categoria ribattezzata 'camaleonti"' sono i passeggeri che si siedono una volta qui, una volta là, e che si trovano sempre bene, con chiunque, in qualunque circostanza".
Quando ho letto queste cose ho pensato: ci risiamo, ecco la solita bufala del carattere svelato da un singolo, unico comportamento. Di solito in questi casi smascherarla è facile, basta risalire alla ricerca vera e propria e vedere cosa c'è scritto. Ma stavolta è diverso: in Rete non trovo traccia di questo fantomatico studio. Così decido di andare alla fonte e di cercare Tom Fawcett per chiederglielo di persona. Dio benedica Google: in un batter d'occhio sono sul sito dell'università, trovo la sua casella email e gli scrivo. Nel giro di poche ore - grazie, Tom! - lui, gentilmente, mi risponde. Così (il neretto è mio):
"Dear Silvia, it was small scale and observational - it will not be published or
followed up in any depth. Thanks for your interest - it was not scientifically rigorous and the media should have alerted the public as such - but unfortunately these things are not sometimes detailed in the press".
Ovvero, la ricerca che ha occupato "per mesi" gli psicologi della Salford University non esiste da nessuna parte: Tom Fawcett aveva fatto alcune semplici osservazioni molto circoscritte, senza alcuna velleità scientifica. Eppure, secondo un articolista particolarmente temerario, non solo lo studio esiste, ma è tanto rigoroso che addirittura "companies which spend large amounts on psychometric tests to ensure they recruit the right people are wasting their money. All they need to do is jump onto public transport": insomma, le aziende che spendono soldi in personale specializzato a cui affidano il compito di assumere le persone più adatte stanno buttando via i loro soldi. Basta che piazzino i candidati alla fermata e aspettino il primo autobus.
Non mi stancherò di ripeterlo: l'idea che la personalità intera sia racchiusa in un unico semplice comportamento è del tutto infondata.
Che dire: grazie a Tom Fawcett per averci chiarito le idee e... mi raccomando, se andate a un colloquio di lavoro e vi chiedono dove vi mettereste a sedere su un autobus, fate attenzione a come rispondete.