Faccio parte della nutrita schiera degli strizzacervelli. Non so, viste le psico-sciocchezze che si sentono da tutte le parti, se io debba andarne fiera. Fatto sta che più faccio questo mestiere e più mi piace. Perché non ha granché in comune con quel che si dice in giro. E allora che facciamo di tutte le psico-corbellerie da cui siamo circondati? Io una modesta proposta ce l'avrei: le piazziamo in questo blog!
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Non capita tutti i giorni di imbattersi in un volantino che pubblicizza il lavoro di un "indagatore dell'incubo": una persona cioè che offre i suoi servigi su "dubbi, problemi, sofferenza, situazioni di disagio, insoddisfazione esistenziale". E così Martino Galliolo, un giornalista del Corriere del Veneto, è rimasto tanto incuriosito da questa strana proposta professionale che ha voluto saperne di più. Si è quindi finto uno studente in crisi pre-esame e ha contattato l'indagatore in persona. Gli ha fatto alcune domande sulla sua "professione" e poi, per stare dal lato del sicuro, ha chiesto un parere all'Ordine degli Psicologi.
Per inciso, è venuto fuori che l'Ordine conosceva già la situazione perché su questa persona c'era già un'indagine in corso. Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio piuttosto farvi notare che, come dimostra la vicenda, è abbastanza facile capire se si ha a che fare con un professionista abilitato o no. Basta fare le due semplici cose che ha fatto Galliolo.
Primo. Ha controllato se il nome del "professionista" figurava nell'albo degli psicologi (non so come abbia fatto concretamente, in ogni caso l'albo si trova anche sul sito dell'Ordine).
Il nome non c'era.
Secondo. Gli ha chiesto esplicitamente se avesse fatto l'esame di stato per iscriversi all'albo. Mossa molto saggia, perché a volte il nome di uno psicologo non compare solo perché si è iscritto da pochissimo e l'elenco non è ancora stato aggiornato.
Come ha reagito l'"indagatore dell'incubo"? Intanto ha ammesso di non aver fatto alcun esame di stato, aggiungendo che essere iscritti all'albo "non serve": lui è "dottore in psicologia" e dà semplicemente dei consigli.
Il giornalista a questo punto ha cercato di farsi raccontare di più sui casi che questo signore segue, ma la risposta è stata che non si può perché è "tenuto al segreto professionale".
E qui vengono fuori due concetti importanti.
Concetto importante numero uno. Può questo signore definirsi "dottore in psicologia" ma non "psicologo"? Sì. Perché i due termini non indicano la stessa cosa: "dottore in psicologia" = "laureato in psicologia"; "psicologo = laureato in psicologia, con tirocinio post laurea ed esame di stato superato".
Concetto importante numero due. Il signore può dire di essere tenuto al segreto professionale? A meno che non risulti iscritto a un albo professionale riconosciuto dallo stato, no. E poiché per lo stato la figura dell'"indagatore dell'incubo" non esiste (non c'è un albo legalmente riconosciuto degli indagatori dell'incubo), non esistono neppure gli obblighi e i doveri a essa legati.
La riservatezza è quindi una sua pura e semplice scelta, certo encomiabile ma del tutto facoltativa. Con una conseguenza non trascurabile: l'indagatore può sempre cambiare idea riguardo alla riservatezza, e può farlo senza infrangere nessun obbligo. Perché, semplicemente, lui quell'obbligo non lo aveva mai avuto.
Dunque. Ci sarebbe questo faccione che popolerebbe i sogni di un po' tutte le persone nel mondo. Disegnato da un paziente durante una seduta da un celebre psichiatra e poi riconosciuto anche da altri pazienti. Lo psichiatra, incuriosito, avrebbe sottoposto il disegno ai colleghi e sarebbe saltato fuori che un sacco di gente sogna questo bell'omino. Il fenomeno dilaga e il mistero è inspiegabile (seeeee!). Una figura archetipica? La rappresentazione del Creatore? Qualcuno che riesce a intrufolarsi nei sogni della gente perché dotato di speciali abilità psicologiche (perché come tutti sappiamo gli psicologi proprio questo fanno, manipolano le menti)?
Vabbé, se la storia non vi puzza di bufala almeno un po' in fondo come darvi torto? Ci stanno cascando fior fiore di giornalisti in giro per il mondo e pure qua in Italia (finora ho contato un sito, un tg e un giornale, e almeno da uno di questi non me lo sarei aspettato).
Il problema è che davanti a notizie del genere basta fare una cosa semplicissima: cercare di capirci di più. Notando, ad esempio, che nel sito c'è anche un link al negozio online che vende magliette e mug con il faccione. E già questo dovrebbe insospettire. E poi: quale "celebre psichiatra"? Dove è possibile risalire alla descrizione di questi fenomeni? Ci sono articoli, pubblicazioni, riferimenti bibliografici? No: e questo dovrebbe insospettire ulteriormente. Se anche questo non basta, comunque, è sufficiente risalire al titolare del dominio (ad esempio facendo una interrogazione su questo sito) per scoprire che la sua email sta sul sito www.guerrigliamarketing.it, una agenzia di marketing virale.
Dunque? Dunque è una bufala, anche se taluni professionisti dell'informazione sembrano non essersene accorti. E quindi complimenti vivissimi al geniale autore, che evidentemente conosce fin troppo bene l'accuratezza (seeeee!) con cui vengono diffuse le "notizie" e si è divertito a scherzarci su.
Nei giorni scorsi è girata la notizia che un sedicente "mago" avrebbe abusato di alcune sue clienti dopo averle ipnotizzate. Questo spiacevolissimo episodio - anzi, sembra che purtroppo gli episodi siano stati ben più d'uno - mi permette di dire due o tre cose sul tema, grazie anche a un sito di un collega con cui ultimamente sono stata in contatto.
Per prima cosa vi segnalo dunque il sito, davvero ben fatto e chiaro, del mio collega Fabrizio Manca.
Il dottor Manca è uno psicologo con una solida formazione nel campo dell'ipnosi: è quindi la persona più adatta per rivolgergli domande sull'argomento; a questo proposito anzi troverete nel suo sito una sezione appositamente dedicata alle ipno-bufale, con molte informazioni utili a chiarire dubbi e a sfatare dicerie. Sono molto contenta di avervelo segnalato perché io, non conoscendo l'ipnosi, non sono in grado di rispondere alle richieste di chiarimento.
E qui sento qualcuno che già si sta chiedendo: "Ma come, voi psicologi non siete tutti degli ipnotizzatori?". La risposta è no, e qui vengo al secondo punto.
L'ipnosi è una tecnica che vanta una lunga tradizione (tanto per citare il sempre citatissimo Freud: anche lui prima di sviluppare la psicoanalisi aveva cominciato con questa pratica). Ma non è necessariamente parte del bagaglio formativo di qualsiasi psicologo: io infatti, come dicevo, non l'ho mai studiata e non la so usare. Dunque non date per scontato che lo psicologo a cui vi rivolgete vi proponga di sicuro l'ipnosi, magari non ne sa nulla.
C'è poi un terzo punto, che riguarda la persona che usa questa come qualsiasi altra tecnica per intervenire sui disagi delle persone.
Se ci si affida a operatori non riconosciuti dalla legge lo si fa a proprio rischio e pericolo. Purtroppo. Tanto per essere chiari: se mi ipnotizza un medico o uno psicologo, e nel corso della seduta commette qualcosa di scorretto, io posso pretendere che ne risponda davanti alla legge. Medici e psicologi, infatti, davanti alla legge esistono e hanno precisi obblighi: devono avere una formazione precisa, stabilita dalla legge, e devono rispettare una serie di comportamenti a tutela del paziente.
Al di fuori di queste situazioni, c'è solo da sperare che la persona a cui ci si affida sappia il fatto suo. Il che può anche capitare, per carità. Ma anche no. E trattando di una cosa importante come il proprio benessere psicologico questo rischio, forse, è troppo alto.
Faccio pubblicità alla mia categoria? Non esattamente: faccio la pubblicità a tutte quelle figure riconosciute legalmente. Perché quando si cerca un aiuto professionale, e magari si paga pure per questo, secondo me è meglio cercare qualcuno la cui formazione sia chiara e dimostrabile, e che in caso di problemi ne risponda davanti alla legge. Tutto qua.
Ci sono dei lavori di manutenzione piuttosto importanti sulla piattaforma di Splinder.
Rischio per questo di aver perso i messaggi degli ultimi giorni (sia quelli in PVT che le email dirette a silviabianconci@splinder.com).
Perciò chi ultimamente avesse cercato di contattarmi attraverso Splinder è meglio che mi riscriva, non usando più i contatti di Splinder ma la mail del mio sito: info@psicologia-imola.it
Premessa. Magari non tutti sanno cos'è il test di Rorschach, però molti sanno che c'è un test psicologico in cui al soggetto si mostrano delle macchie di inchiostro: ecco, quello è appunto il test di Rorschach (non chiedetemi altro: non mi dilungo in spiegazioni più dettagliate per motivi che saranno più chiari leggendo questo post).
Bene, sta circolando da qualche ora la notizia secondo cui Wikipedia avrebbe pubblicato le soluzioni del test di Rorschach. Copio e incollo a caso:
"Polemiche nella rete e nel mondo degli psicologi dopo che Wikipedia ha pubblicato le soluzioni del celebre test di Rorschach"
"Wikipedia di nuovo al centro di una polemica. Ad infuriarsi stavolta sono stati psichiatri e psicologi a cui non è andata proprio giù l'idea venuta a James Heilmann, un medico di pronto soccorso canadese di pubblicare sulla famosa enciclopedia libera online le soluzioni del celebre test di Rorschach"
Allora: tengo a dire per prima cosa che questo fatto è molto discutibile sotto il profilo psicologico, perché se un soggetto conosce in anticipo le tavole la prova viene falsata. Ed ecco perché non ho spiegato più di tanto come funziona il test: non perché io sia membro di una setta segreta, ma perché chi vuole fare un Rorschach deve poterlo fare con la garanzia di essere nelle condizioni ideali.
Attualmente, comunque, sulla pagina delle discussioni di Wikipedia (sia nella versione inglese che in quella italiana) c'è un vivace dibattito proprio su questo tema, per discutere se sia legittimo, per amore della libera diffusione del sapere, rendere di fatto inapplicabile uno strumento psicodiagnostico dei più noti e ledere quindi il diritto di chicchessia a usare questa opportunità.
Ma lasciamo da parte queste considerazioni, che a me interessano molto ma magari a chi non fa il mio lavoro lasciano il tempo che trovano. Veniamo piuttosto alla bufala, che c'è anche in questo caso: e sta nel fatto che la notizia, così come viene data, è inesatta. Perché non è stata pubblicata nessuna "soluzione" al Rorschach. Qualsiasi psicologo sa, infatti, che non esiste una cosa chiamata "soluzioni al Rorschach": questa prova infatti semplicemente non prevede risposte giuste o sbagliate!
Cos'ha fatto allora Wikipedia, realmente?
Almeno fino a questo momento (stanno tuttora discutendo se apportare delle revisioni alla voce e cancellare le immagini) sono successe due cose diverse a seconda delle versioni che si consultano: Wikipedia inglese ha pubblicato le dieci tavole con alcune delle risposte più frequenti, mentre la sua sorella italiana, più correttamente a mio avviso, ha pubblicato un'unica tavola consultabile solo se la si clicca, con l'avviso che vederla può falsare la prova; inoltre non ha dato informazioni sulle risposte più frequenti, altro elemento che in effetti potrebbe suggestionare il soggetto e inficiare il test.
Non siamo quindi di fronte a una bufala reale, ma piuttosto a una mezza bufala. Che sta portando con sé fra l'altro molte implicazioni fra il deontologico e il legale, ma questa è un'altra storia.
Lo so, molti pensano che i test psicologici siano un po' tutti come i cruciverba della Settimana Enigmistica: a ogni quesito una soluzione, solo quella e nient'altro. Invece non è sempre così: alcuni test possono prevedere in effetti delle soluzioni, delle risposte esatte, ma altri proprio no. Il Rorschach è appunto in questa ultima categoria. E non è l'unico, fra l'altro.
Ecco un altro esempio di finto test d'intelligenza che serve a vendere una applicazione da scaricare sul cellulare. Questo, oltre a proporre una serie di domande simili a quelle già viste nel post precedente, ci mette un tocco di pseudo-scientificità perché pesca da un vero test, effettivamente esistente: e magari qualcuno crede che questo "test", a differenza degli altri, sia qualcosa di serio. Peccato però che la fonte da cui il "test" ha copiato non misuri l'intelligenza ma... il daltonismo: si tratta infatti delle celebri prove di Ishihara, una serie di tavole piene di puntini colorati in cui solo chi vede tutti i colori normalmente legge determinati numeri, mentre i daltonici percepiscono arabeschi senza senso.
Ora, bisognerebbe capire cosa diavolo c'entri il test di Ishihara con il livello d'intelligenza di una persona. Io non ho notizie di studi in cui la percezione del colore sia messa in correlazione con l'intelligenza, né mi risultano test d'inteliigenza in cui il punteggio finale debba essere modificato in caso di daltonismo. Ma magari sono disinformata io (il mondo della psicologia è vasto assai e io ne conosco solo una minima parte). Così se qualcuno avesse visto in giro una qualche ricerca che dimostri un legame statisticamente significativo fra daltonismo e bassa intelligenza, o al contrario fra daltonismo e intelligenza superiore alla media, può segnalarlo qua.
MasterReso mi ha segnalato (grazie!) uno splendido esempio di pseudo-test d'intelligenza che serve in realtà a promuovere l'acquisto di un giochino da scaricare sui cellulari. Prodotto rispettabilissimo per chi ama il genere, peraltro, ma vi prego: prendetelo solo per un simpatico passatempo, non per un vero test d'intelligenza. Non ne ha nessuna caratteristica.
Vediamolo in dettaglio.
Il "test" inizia chiedendo alcune informazioni personali: sesso, età, mano dominante (sei destro o mancino, insomma). Viene poi una domanda del genere "che numero completa questa serie", un'altra del tipo "che simbolo inseriresti in questa successione", alcune domande di cultura generale e una prova di percezione (ovvero "cosa vedi in questo disegno"). Alla fine di queste domande arriva la richiesta di inserire il numero di cellulare, l'invito a scaricare l'applicazione sul telefono e l'avviso che si tratta di un servizio in abbonamento.
Come dicevo all'inizio questo non è un vero test d'intelligenza. Per molti motivi.
Intanto né nella schermata introduttiva né nei link in home vengono dichiarati l'indice di attendibilità e di validità, due dati che ogni test psicologico vero possiede. Non c'è nulla neppure a proposito di come sia stato progettato e costruito: un vero test invece riporta sempre le informazioni sui presupposti teorici di partenza e sulle procedure adottate per elaborarlo.
Ancora: per preparare un test vero si usano campioni statisticamente significativi di soggetti, di cui si dà ampia e dettagliata descrizione. Nulla di tutto questo, invece, appare nel nostro questionario. Non ci sono i nomi degli autori, altro elemento che lo differenzia da un test vero. Nessun cenno, poi, alle norme di riferimento, cioè ai punteggi che statisticamente si realizzano con maggiore o minore frequenza e a cui bisogna rapportare i risultati che una persona ottiene per capire se la sua prestazione è stata nella media, sotto alla media o al di sopra (e di quanto).
Concludendo: se vi diverte sottoporvi a queste domande fatelo, ci mancherebbe; ma non aspettatevi di ottenerne dei dati attendibili sulla vostra intelligenza.
Un gruppo di miei colleghi ha messo in piedi una iniziativa davvero lodevole: per combattere le psico-informazioni scorrette passano in rassegna molto minuziosamente i vari media, alla ricerca di errori o anche di semplici inesattezze in materia psicologica, e ne tengono traccia sul loro sito pubblicando anche le correzioni necessarie.
Tutti possono fare arrivare le loro segnalazioni. Vi invito dunque caldamente, siate voi psicologi o meno, a fare un giro su www.osservatoriopsicologia.it e, se avete del materiale "interessante", a comunicarlo: i colleghi contatteranno gli autori dei pezzi in questione e, se del caso, chiederanno loro anche di pubblicare delle rettifiche.
Notizia fresca fresca che sta girando in rete: fra pochi giorni su iPhone si potrà installare una nuovissima applicazione che - così si va dicendo - trasformerà il cellulare in uno psicoterapeuta virtuale. L'utente potrà chattare con il programma proprio come se lo facesse con una persona in carne e ossa, perché il programma gli risponderà a tono.
In realtà non c'è niente di nuovo sotto il sole, perché programmi del genere sono noti da tempo e quello per iPhone sarà solo l'adattamento del primo (credo) chatterbot mai realizzato: la cara, vecchia "Eliza".
Un chatterbot è un programma che simula una conversazione umana. Eliza è, in particolare, un chatterbot che simula la seduta con una terapeuta. Il meccanismo è più o meno questo: io scrivo la mia frase, esattamente come se fossi in chat, ed Eliza mi risponde riprendendo qualcosa che ho scritto, a volte ponendomi una domanda a sua volta e altre volte con una frase generica.
Se la cosa vi ha incuriositi, eccovi una ampia rassegna di chatterbot in diverse lingue. E, per divertirvi a chattare con un programma in italiano, potete provare Eloisa.